Lo sterco del diavolo...
(tratto dal forum: arte/necessità, su exibart, agosto 2006)
Un disegnatore che a me piaceva molto e piace tuttora, Andrea Pazienza, diceva: non penso mai ai soldi mentre disegno, ci penso prima e dopo, ma mai durante. Perché un calzolaio è bravo e un altro no? Perché ha passione per il suo lavoro. Gli piace. È la sua vocazione, è quello che gli riesce bene perché esce dal cuore. Perché ha cura di tutti i minimi particolari, ci pensa, ci perde tempo, se ne preoccupa, non per soldi, ma perché lui è cosi.
Curerà naturalmente anche particolari che non si vedono, come i monaci benedettini che hanno costruito le cattedrali gotiche curavano nei dettagli le sculture da porre nelle guglie più alte, anche se nessuno le avrebbe mai viste da vicino, perché Dio le vede.
É innanzitutto un rispetto per la sacralità del mondo, della natura, della vita, di qualcosa che riceviamo in dono, ed è una dono meraviglioso, e trasmettiamo, possibilmente non distruggendolo, a chi viene dopo di noi. Non c’è nessun altro motivo per fare l’artista, il pittore lo scultore. Chi lo fa per soldi, pensa a quelli. Non all’arte.
Oggi secondo me, è necesario distinguere l’ARTE, dal MERCATO DELL’ARTE. Ci sono tanti che partono per entrare nella seconda categoria, e usano i mezzi di quella, clamore, scandalo, risonanza pubblicitaria, e magari riempiono musei che sono solo epicentri di vendita di panini, e le loro opere sono vendute a miliardi. Ma questo è il MERCATO DELL’ARTE oggi.
L’ARTE è un’altra cosa, è una forma poetica che parla all’essere umano dell’essere umani. Parla a noi della nostra condizione qui sulla terra. Come solo la poesia può fare. Con quella precisione antropologica, con quella profondità che ci permette di sentire come assolutamente vero e vitale per noi oggi, quello che è stato detto dall’uomo migliaia di anni fa. In questo l’arte è superiore alla scienza, le cui teorie decadono e vengono aggiornate. Le profondità dell’uomo, le nostre caverne, le nostre oscurità, le nostre gioie, le nostre acque, il nostro mare, troppo grande da contenere e che rischia di invaderci, i nostri fiumi, saltellanti alla sorgente, calmi larghi e placidi verso la foce, le nostre piogge, rinfrescanti o scroscianti, tutte queste immagini sono dentro e fuori di noi da sempre, E risuonano con noi, nella nostra poesia. Gaston Bachelard ha fatto un lavoro enorme sulle immagini della natura nella poesia ritrovandone la precisa corrispondenza con il contenuto dei nostri sogni, del nostro inconscio.
L’arte parla di noi. E le immagini sono immediatamente risonanti in noi, senza bisogno di troppe interpretazioni, che rischiano di trascinarci in un celebralismo lontano dalla nostra natura profonda. Complessa e selvatica, a volte oscura e non sempre piacevole, come vedere la propria ombra, la propria parte nera. Il confronto con noi stessi, con la nostra verità però, anche quando è duro, è sempre utile e fecondo. L’arte, la poesia, serve e aiuta, chi lo vuole, a diventare se stesso, tramite il rispecchiamento nell’Altro. Quel diverso da sé, che pure fa parte di noi, ci appartiene, ma è magari in ombra, fuori dal cono di luce della nostra stessa coscienza diurna. La coscienza intatti è influenzabile dai ragionamenti, dai modi della “civilizzazione” esterna, e tende a mettere in ombra quello che giudica non abbastanza piacevole , non abbastanza “corretto” come si dice oggi, al nostro giudizio o a quello esterno.
Ma perché spaventarsi delle merci? Una buona torta può essere una merce. O un olio profumato ottenuto dai fiori. Non c’è niente di male nelle merci. Io sono contento quando mi rompo un osso che esista la merce antidolorifico, sono grato a chi l’ha inventata. E se andiamo a vedere in fondo la ricerca “scientifica”, che una volta si chiamava più appropriatamente “osservazione della natura”, è fatta da personaggi appassionati, che stanno in uno studio, o laboratorio, e pensano liberamente, giocano con la bellezza cristallina delle formule, si fanno attrarre dalla bellezza della struttura delle ali di una farfalla, o di una galassia. Non lo fanno per soldi. Lo fanno per passione. Ed è un gioco. Nel senso vero in cui lo intendono i bambini, come la cosa più seria che si può fare, il modo più serio e convinto, partecipato, amato. Provate a giocare con un bambino, si accorge subito se fingete, e perde interesse, se devi essere un elefante devi esserlo fino in fondo, rischi così di capire qualcosa dell’elefante. Forse anche dell’elefante che è in noi, con la sua pesantezza, la sua lentezza, la sua paura dei topolini. Ma anche la sua forza, la sua resistenza, la longevità, la durezza della pelle, l’abilità nell’uso della proboscide, del naso...
Questa è una cosa bella e profonda delle immagini. Che non sono mai buone o cattive, bianche o nere. Sono simboli. Non si possono dividere a metà. Per quello fanno bene. Perché ti contringono ad accettare il bene insieme al male, anche quello che è in te, e non solo a vederlo negli altri. Platone si rammaricava dell’invenzione della parola scritta. Diceva che così gli uomini avrebbero perso la sapienza profonda (che deriva dalle immagini, viste o raccontate), e sarebbero diventati ripieni di nozioni, senza conoscere niente per davvero. Ma torniamo alla merce. Cosa c’è di male se un quadro si vende? Ti sentiresti forse indignato se il ciabattino che ti ha riparato le scarpe tanto bene ti chiede il giusto? No. Guercino aveva un tariffario a metro quadro, e anche michelangelo era pagato. Questo non ha nessuna relazione con la loro arte, ma solo con il fatto che per vivere, per comprare da mangiare, i colori,le scarpe, e perché no, concedersi qualche lusso, un buon bicchiere, una cena con gli amici, una bella potrona di cuoio, come quelle di una volta che fanno quel profumo, mi piace così tanto la pelle da toccare.
Basta. Non so se mi sono capito. Ciao guido